Il mentoring è un argomento “caldo” in questo periodo poiché considerato uno strumento efficace e poco costoso per favorire la crescita professionale dei dipendenti.

Come funziona esattamente? Per mentoring si intende un rapporto volontario in base al quale una persona con un’elevata seniority o competenza tecnica (il Mentor) affianca, offrendo consigli e spunti di riflessione, una persona più junior (il Mentee) nel suo percorso di crescita professionale.

Non si tratta di formazione nel senso classico del termine, ma della costruzione di una relazione di fiducia in cui, attraverso la condivisione della propria esperienza, il Mentor indirizza il Mentee in alcuni momenti della sua carriera.

Ultimamente il mentoring è spesso previsto nei programmi di diversity management per valorizzare la crescita della popolazione femminile all’interno delle organizzazioni.

E’ noto che l’esclusione dai network, la mancanza di role models e mentors è una delle cause dello scoraggiamento che subentra in molte donne nel corso della loro carriera  e contribuisce al rallentamento nell’ascesa ai vertici delle organizzazioni.

Ma affinché l’obiettivo del riequilibrio di genere nelle organizzazioni sia davvero raggiunto, bisogna fare una riflessione in più.

Il  mentoring è uno strumento efficace tanto più è concreto nei suoi obiettivi.

In azienda dunque il Mentor deve agire come partner strategico della Mentee, indirizzandola sui passi operativi per ottenere la crescita desiderata. Ad esempio facendo in modo che la risorsa si candidi per ottenere un assignment o mansione strategica  che la metta alla prova ma allo stesso tempo le dia la necessaria visibilità all’interno dell’organizzazione, indispensabile per essere considerata nei momenti di promotion (molto interessante a questo proposito l’articolo di HBR To Close the Gender Gap, Focus on Assignments)

Possibilmente il Mentor in azienda deve anche agire da sponsor, supportando la propria Mentee nel destreggiarsi attraverso le “regole non scritte” del’organizzazione e scardinando il concetto del cosiddetto “boys only club”.

In questo modo l’organizzazione realizzerà davvero l’inclusività, e tale concetto non rimarrà solamente uno slogan da mission statement aziendale, ma rappresenterà un valore condiviso e strategico.