Recentemente ho partecipato ad una panel discussion della Professional Women Association dal titolo “Reinventing yourself”. Quando sono stata invitata a raccontare la mia storia la mia reazione è stata: che cosa ho da raccontare su questo argomento, mi sono davvero “reinventata”?

In effetti, guardandomi indietro, si, c’è stato un momento in cui ho dato una svolta alla mia vita professionale, però, come spesso capita nella vita, in quel momento non mi è sembrata una scelta particolarmente coraggiosa, ma l’unica scelta da fare.

Andiamo con ordine. Mi sono laureata in Economia alla Bocconi e ho maturato la mia esperienza professionale in società di consulenza aziendale. Non mi sono mai sentita diversa in quanto donna e ho sempre avuto l’impressione di vivere in ambienti meritocratici. Anzi, percepivo le storie di donne discriminate sul lavoro come assai fantasiose e comunque da me lontane.

Fino a quando sono diventata mamma.

Al momento della nascita della mia prima figlia la mia posizione di carriera era di project manager, avevo cioè la responsabilità di gestire progetti e risorse.
Quando rientro dalla maternità, in azienda è un momento di promozioni: ad alcuni project manager sta per essere assegnata la responsabilità commerciale di alcuni clienti. Mi interessa molto sviluppare la mia professionalità in quell’ambito e mi faccio avanti. Rassicuro il mio capo che sarò in grado di gestire questo aumento di responsabilità pur avendo una bambina piccola. Lo convinco a darmi fiducia e mettermi alla prova.

Inizio la mia nuova sfida professionale e capita spesso che alle 18 io debba uscire dalle riunioni perché è l’ora in cui la tata deve andare a casa. Per fortuna il capo, quello che ha accettato di mettermi alla prova, è di mentalità aperta – mi dispiace dover ammettere che era straniero – e non si scompone troppo che io ad una certa ora debba passare in “modalità mamma”. Per poi tornare in “modalità lavoro” quando la bambina è addormentata. Il mio tipo di lavoro consentiva facilmente di essere misurata sui risultati, ad esempio in termini di progetti venduti, soddisfazione del cliente, rispetto dei tempi. Questo equilibrio continua bene per diversi mesi fino a quando lascio nuovamente l’azienda per la mia seconda maternità.

Al rientro dalla secondo maternità trovo una situazione assai più scoraggiante. Mi sono molto interrogata nei mesi successivi su quanto sia dipeso da un mio diverso atteggiamento, da una minor fiducia da parte dell’azienda nella mia capacità di organizzazione, da tutte e due queste cose insieme.

Mi viene tolta la responsabilità commerciale dei clienti con un’obiezione che mi è rimasta impressa: “sai, nelle tue condizioni non possiamo assegnarti un progetto o un cliente importante”.
Ma quali condizioni? Sono malata? Non ho più un cervello? Lasciatemi fare, mettetemi alla prova (Il capo era cambiato ed era italiano questa volta). Ma non ci credo più tanto neppure io. Non ho voglia di insistere, di sgomitare per riappropriarmi dei mie spazi. Sono delusa e demotivata.

E qui capisco che DEVO fare qualcosa. Cerco di analizzare quello che mi stava accadendo in modo razionale. Cosa è cambiato in me, cosa è cambiato tra la prima e la seconda maternità? Che cosa mi ha demotivato? Come è cambiata l’azienda, che messaggi mi ha lanciato? Cosa è andato bene e cosa è andato male nel rapporto con l’azienda nei mesi delle mie maternità?

Divento sensibile all’argomento e comincio a sentire e leggere moltissime storie di donne che sono uscite più o meno volontariamente dal mondo del lavoro in seguito ai figli. Siamo alla fine del 2009, in pieno periodo di crisi economica, e questo avrà probabilmente acutizzato il problema.

Inizio a confrontarmi su questi temi con donne in carriera, con imprenditori, con manager uomini.
Voglio capire quanto tali episodi siano isolati o quanto siano espressione di una mentalità diffusa. Parlo anche con mio marito: nel suo team si sta per liberare una posizione e devono promuovere una persona. In modo cristallino lui mi dice: “no, non possiamo promuovere xx, anche se è la più brava, perché si è appena sposata e rischia di fare un figlio a breve, e poi quando va in maternità chi lo fa il suo lavoro?”

Bene, metto tutti i pezzi insieme: la mia demotivazione, la mia voglia di uscire dall’azienda, la consapevolezza che moltissime donne vivono esperienze analoghe, la sfiducia e il disinvestimento che le aziende spesso mettono in atto verso le donne e soprattutto verso le mamme, gli uomini, anche quelli relativamente giovani, che portano avanti senza farsi troppe domande prassi e stereotipi dannosissimi.

E mi dico: c’è un’inefficienza, uno spreco di risorse, una miopia nel mondo del lavoro che bisogna risolvere!

La prima fatica è stata razionalizzare e far convergere un sogno utopico (un mondo del lavoro più equo per tutte le donne) in un progetto concreto. Ho allora affrontato il tema come uno dei tanti progetti di cambiamento organizzativo che mi sono trovata a gestire per i miei clienti negli anni passati.

Qual è l’area di inefficienza, il problema dell’azienda quando si parla di donne? La gestione delle maternità.
Perché? La maternità è percepita come un costo. In realtà diversi studi dimostrano che è solo un problema di stress organizzativo che, se ben gestito, si supera facilmente (Non è molto più facile gestire l’assenza per maternità di una manager, evento che conosci con diversi mesi d’anticipo, rispetto a gestire l’improvvisa e inaspettata assenza di un manager che, ad esempio, si rompe una gamba?)
Cosa si può fare? Ho ragionato su come traghettare le organizzazioni attraverso l’assenza per maternità di una risorsa, cercando di fornire risposte pragmatiche ad un problema che è simple but not easy.

Alla fine l’idea di base è far capire che la maternità non è un evento così sconvolgente nè così straordinario, basta gestirlo in modo organizzato.

Nei mesi l’offering si è arricchita, ma l’idea iniziale è partita proprio da lì.

Il mio “reinventarmi” è stato fare l’unica cosa che riuscivo a concepire in quel momento. Ho seguito un progetto che in quel momento mi appassionava, sbocciato per caso, sulla base di un’esperienza di vita.

Adesso sono passati 2 anni. Il bilancio è positivo anche se sicuramente ho attraversato momenti di difficoltà:

  • non capire sempre qual è la strada migliore da prendere di fronte a tante che periodicamente si aprono;
  • fidarsi e credere nelle persone sbagliate, che ti fanno perdere tempo e ti feriscono;
  • farsi forza da soli nei momenti di difficoltà perché non c’è nessun altro che ti può incoraggiare, ma la spinta e la grinta sono solo dentro di te.

Ripensando dunque alla mia esperienza, ho cercato di ragionare su cosa è andato bene e cosa poteva andare meglio nel mio processo di “reinvenzione”.
Ho identificato tre aspetti sui quali forse può essere utile ragionare quando si sta ipotizzando un cambiamento nella propria vita:

  1. Sii proattiva non solo reattiva: probabilmente il bisogno di cambiare viene da una situazione lavorativa insoddisfacente. Io credo però che se si sta ipotizzando un grosso cambiamento il maggior stimolo debba essere di taglio positivo: in pratica più focus su “sento l’urgenza di fare questa nuova cosa” piuttosto che “odio quello che faccio e devo trovare qualunque altra cosa”.
  2. Definisci un orizzonte temporale in base al quale determinare il successo e vai fino in fondo: il mio stato d’animo e il mio livello di ottimismo variano di giorno in giorno, ma mi sforzo continuamente di ricordare che i cambiamenti sono lenti e richiedono tempo. Questo è un modo per ritrovare fiducia in me stessa e per non mollare di fronte alle delusioni.
  3. Tu sei la sola responsabile delle tue azioni: è utile confrontarsi e seguire i consigli di altri, ma non farti distrarre dai tuoi obiettivi. Solo tu sai che cosa è meglio per te e per il tuo business, e, soprattutto, a nessun atro interessa quanto a te. Quindi tu devi avere l’ultima parola, sempre.

Recentemente ho letto una bella frase e ne ho fatto il mio motto: You cannot reinvent yourself unless you are passionate about what you will become”.